| Gingko |
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| Iscritto: 30 Maggio 2005 |
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Perchè colloco questa breve riflessione su "L' Anticristo" in "letteratura":
non perchè abbia letto questo testo con un approccio estetico-letterario, tantomeno ritengo che in quello consista l' atteggiamento migliore per avvicinarsici e trarre dalla sua lettura i benefici migliori. La motivazione è di ordine puramente pragmatico, poichè questa vuole essere una sorta di "recensione", e le opere filosofiche non si recensiscono.
Come monito preliminare, sia chiaro che questo scritto è lungi dal voler consigliare o pubblicizzare "l' anticristo". Al contrario, c' è da prendere alla lettera l' affermazione nietzschiana contenuta nella premessa, secondo cui i destinatari di questo libro non esistono, o esisteranno sempre e solo in un indeterminato futuro, ed è infinitamente buono ed infinitamente giusto che sia così...
Non creda quindi l' anticlericale da strapazzo, o il "libero pensatore" di turno di trovare qui le giustificazioni dei suoi ridicoli ed inoffensivi pseudo-pensieri anti-religiosi o anti-cristiani. Qui è in gioco l' esistenza in relazione ai suoi problemi fondamentali come l' umanità dell' uomo, la volontà, la forza, l' amore, la politica, il mondo, la morte il rapporto individuo società, ed infiniti altri temi che si intrecciano tra le righe di questo sottilissimo e densissimo scritto inedito di Nietzsche.
Il filosofo si mantiene per tutta la durata dello scritto su di una soglia invisibile, lungo una sottilissima e fragilissima linea su cui tutte le cose sembrano continuamente esposte al rischio di rovesciarsi nel loro contrario. Un' argomentazione impalpabile, eterea, che combatte contro se stessa dimostra la sua temerarietà di fronte a qualsiasi contraddizione. Proprio le contraddizioni tessono la trama concettuale dell' anticristo, e lo fanno esplodere. Nessuna parola appare due volte con lo stesso significato.
Mai ci fu fusione più perfetta di lettore, contenuto e scrittore. Il testo si apre e si conclude su toni aspri e sferzanti, attraversando però nella parte centrale una sorta di progressione estatica in cui tutti i temi sembrano aggrovigliarsi definitivamente ed insieme indicare il cuore dell' essere da cui le parole sgorgano: l' autoidentificazione di Nietzsche con Cristo: "I valori cristiani, i valori nobili: noi per primi, spiriti emancipati, abbiamo ristabilito la contrapposizione di valori, la più grande che ci sia!". Cristo, Dioniso, Nietzsche. La comprensione giunge solo quando il cerchio identitario lettore, Nietzsche, Dioniso, Cristo, è chiuso. La polemica contro la morale del resséntment lascia spazio al suo lato positivo nel più bel canto all' amore di Cristo. Probabilmente punto di raccordo e snodo principale di tutte le "contraddizioni" (quanto poco coglie l' essenziale questo termine!) che attraversano il testo è la sospensione di Cristo sulla croce. L' insistenza sullo stare sospeso di crist parla chiaro: è l' attimo dell' eterno ritorno in cui il nulla, il nichilismo , la pietà, la compassione sbattono la testa con l' altra faccia dell' eternità, l' amore, il sì alla vita, il grande stile, la volontà di potenza. La loro identità consiste solo nel fraintendersi reciprocamente. L' attimo temporale della morte per crocifissione, che è anche un attimo storico certamente, ma prevalentemente un evento che raccoglie il senso dell' essere, dà luogo a tutta l' ermeneutica politica del cristianesimo, strumentale, decadente, la conservazione degli istinti contrari alla vita, ma anche a qella iper-politica, pratica, trasfigurante, creativa fino all' impazzimento dell' essente.
Ultimo punto su cui vorrei portare l' attenzione: la complessa dialettica del dono. Come può una religione così ipocrita e meschina come il cristianesimo conservare in sè anche solo il nome del dono, del soccorso? Come può Nietzsche, nella sua identificazione con il Cristo, muovere dalla sua estrema logica della virtù che dona, del dono creatore e generatore, e rintracciare questa stessa logica ma rovesciata e operante per dissanguamento all' interno della tradizione cristiana? Anche qui il tema è trattato con una tale delicatezza da farci perdere più volte le fila di questo fitto intreccio dialettico come a ribadire che l' unicità dell' "Anticristo" consiste nell' avere il labirinto come oggetto, come metodo e come fine. |
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